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Dante trascorse a Bologna alcuni periodi della sua vita, non lunghi probabilmente, ma ripetuti. Il dato \u00e8 comunemente accettato, anche se in 150 anni e pi\u00f9 di ricerche accuratissime (1860-2015) non si \u00e8 rintracciata una sola prova certa di questa presenza. Bologna tuttavia si affaccia nell\u2019orizzonte di Dante pi\u00f9 di ogni altra citt\u00e0, a parte Firenze, per gran parte della sua vita e in tutta l\u2019opera, dal primo sonetto del 1287, cuore di questa mostra, all\u2019egloga Velleribus Colchis, terminata a poche settimane dalla morte (settembre 1321) e pervenuta postuma al destinatario, il maestro bolognese Giovanni del Virgilio.

Negli anni della sua giovinezza, Bologna \u00e8 per Dante il nido amatissimo dei poeti e dei filosofi, il luogo su cui si concentrano i suoi entusiasmi e le sue curiosit\u00e0 intellettuali. A Bologna viene appena ventenne e \u201cgioiosamente\u201d vi ritorna pi\u00f9 volte, secondo Gianfranco Contini, per ragioni di studio e di amicizia. Qui trova e legge avidamente le novit\u00e0 aristoteliche pi\u00f9 ardite provenienti da Parigi, ma anche i romanzi arturiani che circolavano numerosi in citt\u00e0, e soprattutto qui incontra, o ritrova, gli amici, poeti e compagni di studi, Guido e Lapo, Cino e Meo e altri, coi quali intreccia dialoghi sui temi che lo accompagneranno per sempre: poesia e filosofia, amicizia, amore, nobilt\u00e0. Ma Bologna in quegli anni \u00e8 anche un interessante laboratorio linguistico, in cui il latino della tradizione letteraria e giuridica e i volgari nobili e popolari pi\u00f9 vigorosi convivono e interagiscono, nell\u2019alveo di una cultura notarile e retorica vivacissima: anche questa opportunit\u00e0 di studio \u201csul campo\u201d non sfugge al giovane Dante, che ne dar\u00e0 prova di l\u00ec a qualche anno nel Convivio <\/em>e nel De vulgari eloquentia<\/em>.

La mostra espone testimonianze documentarie del mondo culturale bolognese pi\u00f9 prossimo agli interessi di Dante. A partire dalla figura di Guido Bonatti, astrologo fiorentino, che tenne nella prima met\u00e0 del Duecento la cattedra bolognese di Astronomia-Astrologia. A Bologna Guido Bonatti compose il Liber astronomicus<\/em> e qui conobbe Pier delle Vigne, che lo chiam\u00f2 poi a Palermo alla corte di Federico II. Questo curriculum, oltre alle sue aperte simpatie ghibelline, contribu\u00ec forse ad avvicinare Bonatti alla sensibilit\u00e0 del Dante maturo, che lo stimava come astrologo, pur condannandolo come indovino alla pena della IV bolgia (Inferno<\/em>, XX, 103). Del tutto diverso l\u2019atteggiamento di Dante nei confronti di Taddeo Alderotti, che a Bologna insegnava Fixica (\u201cAnatomia\u201d per gli studenti di Medicina), e che ottenne un importante riconoscimento dalle autorit\u00e0 comunali (qui al n. 2). A quelle lezioni probabilmente Dante assistette nel suo primo soggiorno bolognese e tuttavia, se la citazione di Taddeo, in Paradiso<\/em>, XII, 83, costituisce un indubbio attestato di stima nei confronti dell\u2019ippocratista <\/em>(commentatore di Ippocrate), il giudizio che Dante ne propone (Convivio<\/em>, I, 10, X) come traduttore dell\u2019Etica nicomachea<\/em> non potrebbe essere pi\u00f9 impietoso: il suo era infatti un laido <\/em>volgare.

Nei primi anni Settanta del Duecento, era attivo a Bologna il miniatore Oderisi da Gubbio (qui al n. 3), delle cui opere rimangono oggi pochissime testimonianze. Dante dovette ammirarle durante i suoi primi soggiorni, mentre forse nel 1303 conobbe l\u2019opera di Franco Bolognese, offrendoci poi in Purgatorio<\/em>, XI, 79-81, la celebre e incomparabile sintesi dell\u2019effimera durata del successo artistico. Nel 1303, appunto, Bologna aveva offerto asilo ai guelfi bianchi espulsi da Firenze, fra cui probabilmente Dante. Nel 1306 per\u00f2 anche a Bologna si impose la fazione pi\u00f9 radicale del guelfismo e questo agli occhi del Dante maturo la accomun\u00f2 per sempre alla citt\u00e0 natale, come luogo a lui ostile e inospitale. I personaggi bolognesi della Commedia sono infatti tutti figure di un certo rilievo nei gironi infernali e sono espressione della pi\u00f9 deprecabile nequizia e di degrado politico e morale. La mostra documenta i casi di Venetico Caccianemici, Loderingo degli Andal\u00f2 e Catalano dei Catalani, Tebaldello Zambrasi (nn. 5-7). Un destino beffardo imped\u00ec che Dante potesse, al tramonto della sua vita, rivedere questo giudizio su Bologna. Nel 1321 era attivo in citt\u00e0 come Capitano del Popolo Fulcieri de\u2019 Calboli (qui al n. 8), guelfo radicale che nel 1303, da Podest\u00e0 fiorentino, aveva sanguinosamente perseguitato i Bianchi costringendoli all\u2019esilio. Questa presenza consigli\u00f2 a Dante di declinare l\u2019invito a recarsi a Bologna, che gli aveva rivolto il maestro di retorica Giovanni del Virgilio: non avrebbe abbandonato l\u2019ospitale Ravenna, gli risponde in sostanza, per cacciarsi nella tana del lupo. L\u2019anno successivo (1322) un cambio degli equilibri politici interni al comune chiam\u00f2 a Bologna, come Capitano del Popolo, il ravennate Guido da Polenta, grande amico e protettore di Dante (n. 9). L\u2019invito, a quel punto, sarebbe certamente stato accolto, ma Dante da pochi mesi aveva chiuso la sua parabola terrena.
<\/p>\n\n\n\n

    \n
  1. Ufficio dei Memoriali, 49, c. 50r, 1282 febbraio 3, marted\u00ec
    <\/em><\/strong>Guido Bonatti, maestro di Astrologia allo Studio negli anni Trenta del Duecento, \u00e8 ancora attivo a Bologna nel 1282: questo atto notarile ce lo mostra in rapporti d\u2019affari con il banchiere Basacomare dei Basacomari. Consulente astrologico di Federico II e di Guido da Montefeltro, Guido Bonatti mor\u00ec a Forl\u00ec nel 1297 e fu sepolto a San Mercuriale. Dante lo colloca fra gli indovini puniti nella IV bolgia (Inferno<\/em>, XX, 118: \u00abVedi Guido Bonatti, vedi Asdente…\u00bb), costretti per la torsione del collo a camminare all\u2019indietro:

    Mira c\u2019ha fatto petto de le spalle:
    perch\u00e9 volle veder troppo davante,
    di retro guarda e fa retroso calle.
    (Inferno<\/em>, XX, 37-39)

    <\/li>\n\n\n\n
  2. Comune. Governo, 42, Statuti comunali del 1288, c. 103r
    <\/em><\/strong>La rubrica XI del libro VII degli Statuti <\/em>dispone che gli studenti di \u201cFixica\u201d, cio\u00e8 di Anatomia, che seguono le lezioni del maestro Taddeo Alderotti e degli altri maestri<\/em>, godano degli stessi privilegi di cui godono gi\u00e0 da tempo gli studenti di diritto civile e canonico: si tratta in pratica della tutela giuridica dei cittadini estesa agli studenti forestieri. A queste lezioni assistette probabilmente anche Dante, che nel canto XII del Paradiso <\/em>cita l\u2019Alderotti come uno dei maestri pi\u00f9 autorevoli della sua epoca. A quanto scrive nel Convivio<\/em>, invece, non lo considerava altrettanto affidabile come traduttore:

    Non per lo mondo, per cui mo s\u2019affanna
    di retro a Ostiense e a Taddeo,
    ma per amor de la verace manna…
    (Paradiso<\/em>, XII, 82-84)
    …temendo che \u2018l volgare non fosse stato posto per alcuno che
    l\u2019avesse laido fatto parere, come fece quelli che trasmut\u00f2 lo latino
    dell\u2019Etica<\/em>, ci\u00f2 fu Taddeo ipocratista…
    (Convivio<\/em>, I, 10, X)

    <\/li>\n\n\n\n
  3. Ufficio dei Memoriali, 7, c. 163r, 1269 agosto 16, venerd\u00ec
    <\/em><\/strong>Il miniatore Oderisi di Guido da Gubbio, in societ\u00e0 con il bolognese Paolo di Iacopino Avvocati, si impegna a curare che la trascrizione di un Digesto <\/em>con la glossa di Accursio, di cui \u00e8 incaricato il copista Domenico di Michele, sia condotta a termine nei tempi e alle condizioni previste dal contratto di scrittura. La fama di Oderisi da Gubbio, di cui rimangono oggi pochissime opere, e per giunta di dubbia attribuzione, \u00e8 affidata soprattutto alle terzine del Purgatorio<\/em>, in cui il maestro riconosce di dover cedere il campo alle novit\u00e0 stilistiche introdotte da Franco Bolognese:

    \u201cOh!\u201d, diss\u2019io lui, \u201cnon se\u2019 tu Oderisi,
    l\u2019onor d\u2019Agobbio e l\u2019onor di quell\u2019arte
    ch\u2019alluminar chiamata \u00e8 in Parisi?\u201d.
    \u201cFrate\u201d diss\u2019elli, \u201cpi\u00f9 ridono le carte
    che pennelleggia Franco Bolognese;
    l\u2019onore \u00e8 tutto or suo, e mio in parte\u201d.
    (Purgatorio<\/em>, XI, 79-84)

    <\/li>\n\n\n\n
  4. Riformatori degli Estimi, serie II, b. 14, anno 1296, quartiere di Porta Procola, cappella di S. Cristoforo di Saragozza, cedola n. 18
    <\/strong><\/em>Fra le oltre cinquantamila denunce patrimoniali presentate dai contribuenti bolognesi alla commissione dei revisori degli estimi tra 1296 e 1329, un centinaio circa sono in lingua volgare. Solo apparentemente esiguo, questo corpus <\/em>di documenti fiscali in volgare \u00e8 di grande interesse in una prospettiva dantesca per due ragioni: la prima perch\u00e9, come notissimo, \u00e8 proprio al bolognese che l\u2019Alighieri assegna nel De vulgari eloquentia<\/em>, scritto probabilmente a Bologna tra il 1304 e il 1305, la palma del miglior volgare tra quelli municipali, la seconda perch\u00e9 la disamina diatopica di Dante giunge ad analizzare le varianti di quella parlata tra i residenti di quartieri diversi e opposti della citt\u00e0: la struttura topografica del rilevamento fiscale bolognese, basato su quartieri e cappelle, consente dunque di verificare le osservazioni linguistiche dantesche. La piccola cedola qui esposta ha inoltre il vantaggio, assai raro per questo genere di documenti, di essere scritta in una specie di littera textualis, cio\u00e8 la scrittura gotica usata normalmente per i libri, che a Bologna si caratterizza per alcune peculiarit\u00e0 grafiche che la rendono comprensibile anche ad occhi poco avvezzi alle scritture medievali.

    Trascrizione:
    De quarterio de Porta San<\/em> Proculo.
    Ser] \u00c7unta d\u2019Andrea de la capella de San Cristovano {de
    [S]aragocia} si \u00e0 una ca[i]sa XX pei lunga e nove larga, et confines
    con quilli da\u2019 Pra\u2019 de Vesco, da l\u2019altro lato confina con Ren\u00e7o Fabro<\/em>
    <e lo prei>, e da l\u2019altro lato in via publica.
    E lo presio si f\u00f2ne XXIIIIIIIJ.

    Legenda: corsivo = verosimile integrazione di una parola;
    [parentesi quadrate] = proposta di lettura che rimane comunque incerta;
    {parentesi graffe} = integrazioni interlineari;
    <parentesi angolari> = ripensamenti dello scrivente.

    <\/li>\n\n\n\n
  5. Ufficio dei Memoriali, 87, c. 564v, 1294 novembre 22, luned\u00ec
    <\/strong><\/em>Il marchese Azzo VIII d\u2019Este stabilisce una dote di 2000 lire di bolognini per il matrimonio fra sua figlia Costanza e Lambertino, figlio di Venetico Caccianemici. Con questo matrimonio, il Caccianemici rafforzava il legame con la signoria estense e consolidava la sua posizione di capo della fazione ultra-guelfa bolognese. Come \u00e8 noto, Dante attribuisce ben altri e pi\u00f9 turpi metodi alle strategie politiche di Venetico, collocandolo fra i ruffiani della I bolgia:

    I\u2019 fui colui che la Ghisolabella
    condussi a far la voglia del marchese,
    come che suoni la sconcia novella.
    (Inferno<\/em>, XVIII, 55-57)

    <\/li>\n\n\n\n
  6. Comune. Governo, 39, Statuti comunali del 1265, c. 103r
    <\/em><\/strong>Con una procedura straordinaria, dovuta alla grave emergenza delle lotte fra Geremei e Lambertazzi, il Comune attribu\u00ec a Loderingo degli Andal\u00f2, generale dell\u2019Ordine dei Frati Gaudenti, e al suo confratello Catalano dei Catalani, il potere di emanare direttamente queste norme statutarie. I provvedimenti dimostrarono in seguito una notevole efficacia politica e amministrativa, nonostante il giudizio che Dante diede dei due frati, condannati fra gli ipocriti della VI bolgia:

    E l\u2019un rispuose a me: \u201cLe cappe rance
    son di piombo s\u00ec grosse, che li pesi
    fan cos\u00ec cigolar le lor bilance.
    Frati godenti fummo, e bolognesi;
    io Catalano e questi Loderingo\u201d.
    (Inferno<\/em>, XXIII, 100-104)

    <\/li>\n\n\n\n
  7. Anziani Consoli, Insignia, XIII, c. 120, anno 1736, IV bimestre
    <\/strong><\/em>Nella Festa della Porchetta del 1736, celebrata come ogni anno in piazza Maggiore il 24 agosto, fu rievocata da una compagnia teatrale la conquista di Faenza del 1281 e la sconfitta dei ghibellini Lambertazzi da parte dell\u2019esercito comunale bolognese. A quell\u2019episodio storico un\u2019antica tradizione collegava le origini stesse della festa. Il tradimento del faentino Tebaldello Zambrasi, decisivo per l\u2019esito del combattimento, sarebbe stato provocato infatti dal furto di un porcello, sottrattogli dai Lambertazzi bolognesi in esilio a Faenza: per vendicarsi Tebaldello avrebbe aperto nottetempo le porte della citt\u00e0 all\u2019esercito degli assedianti. Dante colloca Tebaldello nell\u2019Antenora, fra i traditori della patria:

    Gianni de\u2019 Soldanier credo che sia
    pi\u00f9 l\u00e0 con Ganellone e Tebaldello,
    ch\u2019apr\u00ec Faenza quando si dorm\u00eca.
    (Inferno<\/em>, XXXII, 121-123)

    <\/li>\n\n\n\n
  8. Capitano del Popolo, Giudici del Capitano, Atti giudiziari, 690, Fulcieri de\u2019 Calboli, 1321 agosto-settembre
    <\/em><\/strong>Dopo la cacciata di Romeo Pepoli (17 luglio 1321) e la morte improvvisa del Capitano del Popolo Pietro Foresi, venne eletto Capitano Fulcieri de\u2019 Calboli, che gi\u00e0 aveva ricoperto quel ruolo pi\u00f9 volte fra il 1299 e il 1309. Come Podest\u00e0 di Firenze, nel 1303, Fulcieri aveva represso duramente i tentativi dei Bianchi di rientrare in citt\u00e0. Dante lo descrive, attraverso le parole di Guido del Duca rivolte a Rinieri de\u2019 Calboli, con termini di estrema crudezza:

    \u201cIo veggio tuo nipote che diventa
    cacciator di quei lupi in su la riva
    del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
    Vende la carne lor essendo viva;
    poscia li ancide come antica belva;
    molti di vita e s\u00e9 di pregio priva.
    Sanguinoso esce de la trista selva;
    lasciala tal, che qui a mill\u2019anni
    ne lo stato primaio non si rinselva\u201d.
    (Purgatorio<\/em>, XIV, 58-66)

    Non stupisce quindi che l\u2019invito a recarsi a Bologna, rivolto a Dante da Giovanni del Virgilio proprio nell\u2019estate del 1321, sia stato cortesemente declinato.

    <\/li>\n\n\n\n
  9. Capitano del Popolo, Giudici del Capitano, Atti giudiziari, 702, Guido Novello da Polenta, 1322 aprile-settembre
    <\/strong><\/em>Nella primavera-estate del 1322 fu chiamato a Bologna, nel ruolo di Capitano del Popolo, Guido Novello da Polenta, che a Ravenna aveva ospitato e protetto Dante negli ultimi anni di vita. Al suo seguito giunse in citt\u00e0 il figlio di Dante, Jacopo, portando con s\u00e9 il testo dell\u2019egloga Velleribus Colchis<\/em>, indirizzata a Giovanni del Virgilio, e probabilmente anche il primo manoscritto completo della Commedia<\/em>.<\/li>\n<\/ol>\n\n\n\n

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