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Vetrina 7 | Disertori o disperati?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

Oltre che una guerra di trincea, il primo conflitto mondiale \u00e8 stato, per l\u2019esercito italiano, il palcoscenico di lotte interiori, in cui fuga e abbandono hanno rappresentato la risposta ad una vita militare dominata dall\u2019angoscia e dalla paura.<\/p>\n\n\n\n

I fascicoli processuali dei tribunali militari si rivelano particolarmente utili per ricostruire la complessit\u00e0 delle reazioni individuali a quella che \u00e8 considerata la prima guerra di massa. Fogli matricolari, verbali di arresto, rapporti disciplinari, interrogatori e testimonianze raccontano le sofferenze e le defezioni di soldati che, dopo aver combattuto al fronte e dopo anni di licenze rifiutate, decidono arbitrariamente di tornare a casa per stare vicini alla famiglia logorata dalle ristrettezze e dalle malattie.<\/p>\n\n\n\n

La diserzione \u00e8 stato il reato pi\u00f9 diffuso, fino ad arrivare a pi\u00f9 di 128.000 casi, rappresentando la prima fonte di preoccupazione per le autorit\u00e0 militari. La maggior parte dei soldati accusati ha alle spalle una buona condotta e la fuga si rivela infine un episodio di breve durata, che termina con il soldato che si costituisce, per timore, pi\u00f9 che dell\u2019intervento disciplinare, della perdita dei sussidi per la famiglia rimasta a casa. All\u2019inizio della guerra, la diserzione \u00e8 regolamentata dai codici militari, che puniscono il reato \u201cin presenza del nemico\u201d con la fucilazione, e la cosiddetta \u201cdiserzione interna\u201d con il carcere militare. Dal 1917, per\u00f2, gli interventi legislativi si inaspriscono fino a contemplare la possibilit\u00e0 di processi lampo; in alcuni casi si arriva addirittura a eseguire decimazioni e fucilazioni sommarie senza processo (1)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

Alcuni documenti processuali rivelano anche contraddizioni nel condannare i disertori in senso stretto e i disertori per assenza alla chiamata, spesso causata dall\u2019analfabetismo del renitente o dall\u2019emigrazione in paesi lontani (2-3)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

Nonostante le diverse provenienze geografiche e sociali e i destini pi\u00f9 diversi, i casi di diserzione riscontrati sottolineano come la fuga sia da imputare alla presa di coscienza, da parte del soldato, di un senso del dovere pi\u00f9 forte di quello per la patria, quello per la famiglia.<\/p>\n\n\n\n

1. Foglio matricolare di Cesare Cer\u00e8, in ASBO, Distretto militare di Bologna, Ruoli matricolari<\/em>
2. Processo contro Mansueto Pattarozzi, in ASBO, Tribunale militare di guerra di Venezia, Processi<\/em>
3. Processo contro Luigi Nasolini, in ASBO, Tribunale militare di guerra di Venezia, Processi<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 8 | Disertori o patrioti?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

Le carte del Consolato austro-ungarico di Bologna attestano, tra 1914 e 1915, una significativa presenza di sudditi asburgici nel capoluogo emiliano, per la maggior parte lavoratori di origine trentina, che, allo scoppio della guerra, furono richiamati dalle autorit\u00e0 militari di Vienna.<\/p>\n\n\n\n

Nel 1914 anche un nutrito gruppo di triestini, spesso di origine ebraica, soggiornava in citt\u00e0, ufficialmente per ragioni di cura e tra questi, ad esempio, lo studente Aldo Luzzatto, ricoverato, come numerosi altri suoi concittadini, presso la clinica Villa Rosa di via Castiglione (1)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

Consulente di questa \u201ccasa di salute\u201d era l\u2019illustre professor Augusto Murri, fervente interventista. Direttore amministrativo della clinica era poi l\u2019ex garibaldino Teobaldo Buggini, noto anarchico e massone, e vicino alla massoneria era anche il proprietario di Villa Rosa, il professor Giovanni Vitali: il fatto che la clinica fosse gestita da simili personalit\u00e0, insieme alla presenza di un significativo gruppo di triestini, ci induce a ritenere che dietro a questi ricoveri si celasse in realt\u00e0 il tentativo di fornire protezione a disertori austriaci.<\/p>\n\n\n\n

Ipotesi che trova conferma nell\u2019alto numero di dichiarazioni di inabilit\u00e0 alle armi, rilasciate, fra gli altri, al boemo Emil Arnstein, co-fondatore del Bologna F.C. (2)<\/strong>, e ad un allievo del Murri, il dottor Giovanni Bonani, che peraltro si arruol\u00f2 volontario nell\u2019esercito italiano.<\/p>\n\n\n\n

Le autorit\u00e0 asburgiche non tardarono a svolgere indagini, mettendosi sulle tracce di presunti disertori, quali, ad esempio, l\u2019ufficiale Josef H\u00f6berth von Schwarzthal (che dopo la guerra italianizz\u00f2 il proprio nome in Giuseppe Oberti di Valnera), cognato di Italo Svevo, ricercato anche a Villa Rosa (3)<\/strong>, ed il noto fotografo dalmata Luciano Morpurgo, rintracciato poi a Ferrara.<\/p>\n\n\n\n

1. Aldo Luzzatto al console, 26 ottobre 1914, in ASBO, Consolato austroungarico di Bologna, Corrispondenza ed atti consolari<\/em>
2. Dichiarazione di inabilit\u00e0 al servizio militare di Emil Arnstein, [12] novembre 1914, in ASBO, Consolato austroungarico di Bologna, Corrispondenza ed atti consolari<\/em>
3. Teobaldo Buggini al console, 17 aprile 1915, in ASBO, Consolato austroungarico di Bologna, Corrispondenza ed atti consolari<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 9 | Eroi di guerra, eroi per caso<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

La mobilitazione totale che segu\u00ec all\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia strapp\u00f2 milioni di uomini alle loro case, per proiettarli senza nessuna preparazione in una realt\u00e0 sconosciuta e terrificante, fatta di trincee fangose, di esposizione all\u2019implacabile fuoco nemico e di contatto costante con la morte. Nell\u2019affrontare questa prova immane furono i fanti, in gran parte nella vita civile contadini e operai, i veri protagonisti della Grande guerra, con l\u2019abnegazione, il senso del dovere, i valori tipici del mondo da cui provenivano.<\/p>\n\n\n\n

I fogli matricolari compilati dai distretti militari, unica documentazione degli uffici del Ministero della difesa presente negli Archivi di Stato, ci narrano le storie di questi uomini qualunque, a volte giovanissimi. A loro, tutto sommato, la guerra non richiedeva che di usare, sotto altre forme, lo stesso coraggio di cui avevano bisogno nella dura vita di ogni giorno e fu probabilmente per questo che, spediti al fronte da un giorno all\u2019altro, tanti di loro, resi eroi dalle eccezionali circostanze che dovettero fronteggiare, si rivelarono dotati di grandi audacia e capacit\u00e0 di resistenza.<\/p>\n\n\n\n

Cos\u00ec fu per due diciottenni, due \u00abragazzi del \u201899\u00bb, entrambi decorati: lo studente Jago Liverani, medaglia di bronzo al valor militare per il suo comportamento durante la battaglia di Montello, tra il 15 e il 25 giugno 1918 (1)<\/strong> e Cesare Mazza, fabbro di Monte San Pietro, medaglia d\u2019argento in occasione del combattimento a Monte Asolone del 5 agosto 1918 (2)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

Carlo Cacciari (tappezziere, classe 1884), infine, era inquadrato nel 35\u00b0 reggimento di fanteria, che dal 1905 era stanziato a Bologna, sotto la collina di San Michele in Bosco, e che con l\u2019inizio della guerra fu immediatamente inviato al fronte. L\u2019eroismo dimostrato nella tremenda battaglia del Monte Podgora (8-10 giugno 1915) valse a Cacciari la croce al merito (3)<\/strong> e alla bandiera del suo reggimento la medaglia d\u2019argento al valor militare: riconoscimento postumo al valore dei tanti caduti sul Podgora.<\/p>\n\n\n\n

1. Foglio matricolare di Jago Liverani, in ASBO, Distretto militare di Bologna, Ruoli matricolari<\/em>
2. Foglio matricolare di Cesare Mazza, in ASBO, Distretto militare di Bologna, Ruoli matricolari<\/em>
3. Foglio matricolare di Carlo Cacciari, in ASBO, Distretto militare di Bologna, Ruoli matricolari<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 10 | Un reggimento decimato<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

Gi\u00e0 nelle settimane precedenti la dichiarazione di guerra, l\u2019Italia aveva posizionato uomini e artiglieria nei pressi delle linee nemiche. I fanti della Brigata Pistoia, formata dal 35\u00b0 e dal 36\u00b0 reggimento, furono tra i primi ad essere inviati al fronte e impiegati nelle manovre offensive predisposte da Cadorna. Il 35\u00b0 reggimento in particolare, stanziato fin dal 1905 a Bologna, nella caserma della cittadella militare in viale Panzacchi, contava fra le sue fila numerosi emiliani, e in special modo bolognesi: questa circostanza aveva fatto s\u00ec che si creasse uno speciale legame con la citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

La sera del 30 maggio 1915 i battaglioni del 35\u00b0 hanno da tempo abbandonato i campi d\u2019addestramento di Casalecchio e di Porretta per acquartierarsi presso il Monte Podgora, quando nell\u2019osteria del Gardellino, al numero 42 di via Toscana, un ufficiale diffonde \u00abnotizie allarmanti\u00bb e \u00abcalunniose\u00bb sul reggimento. \u00c8 il tenente Umberto Ferrerio, in licenza a Bologna e ospite dello zio, Luigi Ferrerio, direttore dell\u2019Istituto internazionale Ungarelli.<\/p>\n\n\n\n

\u00abIn istato di ubriachezza […] alla presenza di otto persone\u00bb, Umberto \u00abraccontava di essere venuto dal fronte della guerra ove era avvenuto che il 35\u00b0 reggimento fanteria […] era stato decimato dalle rivoltelle degli ufficiali per non avere ubbidito agli ordini dei superiori […] imputando, con tali asserzioni calunniose, a tutti i militari di truppa di detto reggimento un fatto che avrebbe costituito il reato di ammutinamento innanzi al nemico\u00bb (1)<\/strong>; asseriva inoltre di aver assistito personalmente all\u2019orribile fatto.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019indomani mattina, il tenente, forse di ritorno dall\u2019osteria, viene notato anche dal celebre pittore Augusto Majani, il quale racconta a Cesare Zanichelli, titolare della nota casa editrice, di aver visto \u00abun giovane vestito da ufficiale\u00bb che \u00abpubblicamente dava notizie impressionanti a donne ivi raccolte di pretesi fatti avvenuti ad Udine nel 35\u00b0 fanteria\u00bb (2)<\/strong>. Il prefetto, informato dell\u2019accaduto, non pu\u00f2 che notificare i fatti al comandante del Corpo d\u2019armata, il quale provvede a denunciare Ferrerio all\u2019autorit\u00e0 giudiziaria militare per il reato di diffamazione.<\/p>\n\n\n\n

Il 24 giugno il Tribunale di guerra di Venezia, preso atto dei referti medici secondo i quali l\u2019imputato, affetto da \u00abalcoolismo cronico\u00bb \u00e8 vittima di \u00abfenomeni di incoscienza delle sue azioni\u00bb (3-4)<\/strong>, si pronuncia per il non luogo a procedere.<\/p>\n\n\n\n

Quelle \u00abcalunniose affermazioni\u00bb, avevano comunque prodotto \u00abin Bologna una penosa impressione\u00bb; sgomento e orgoglio susciter\u00e0 invece la notizia che il 10 giugno, dopo tre giorni di eroici attacchi al nemico, il 35\u00b0 reggimento lasciava sul campo 212 valorosi combattenti, di cui ben 55 bolognesi.<\/p>\n\n\n\n

1. Copia conforme dell\u2019atto di non luogo a procedere, 24 giugno 1915, in ASBO, Tribunale militare di Venezia, Processi<\/em>
2. Cesare Zanichelli al comandante del Corpo d\u2019armata di Bologna, 31 maggio 1915, in ASBO, Tribunale militare di Venezia, Processi<\/em>
3-4. Perizie mediche, 11-12 giugno 1915, in ASBO, Tribunale militare di Venezia, Processi<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 11 | \u00abSegno di sangue ma foggiato a croce\u00bb<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

La Croce rossa, associazione internazionale volontaria, era stata istituita a Ginevra nel 1864, allo scopo di assistere i feriti e i malati nel corso dei conflitti (1)<\/strong>, anche se estese poi la sua attivit\u00e0 al tempo di pace, ad esempio intervenendo in occasione di calamit\u00e0 naturali come i terremoti, o di epidemie di colera o ancora conducendo campagne antimalariche e antitubercolari.<\/p>\n\n\n\n

La Croce rossa italiana, fondata anch\u2019essa nel 1864, era organizzata in un Comitato centrale con sede a Roma e comitati locali, fra i quali uno dei pi\u00f9 attivi e col maggior numero di soci era proprio quello di Bologna.<\/p>\n\n\n\n

Gi\u00e0 nell\u2019autunno del 1914, circa sei mesi prima dell\u2019intervento italiano in guerra, il presidente dell\u2019associazione aveva dato disposizioni (2)<\/strong> affinch\u00e9, \u00abnella eventualit\u00e0 di una mobilitazione, la Croce Rossa, oltrech\u00e9 a concorrere ai servizi sanitari mobili al seguito dell\u2019esercito\u00bb, impiantasse \u00abospedali territoriali di riserva […] destinati alla cura permanente di feriti ed ammalati provenienti dal teatro delle operazioni\u00bb. Il presidente invitava ad utilizzare preferibilmente gli edifici di collegi e scuole, in quanto forniti di acqua corrente ed energia elettrica e sufficientemente grandi da accogliere almeno duecento letti \u00abe ci\u00f2 allo scopo di tenere riuniti i servizi, ed economizzare il personale\u00bb. Inoltre, poich\u00e9 gli ospedali dovevano naturalmente essere forniti di tutto il necessario, dalla biancheria all\u2019attrezzatura da cucina, dagli strumenti per la cura e l\u2019assistenza sanitaria all\u2019occorrente per la medicazione e l\u2019igiene, si sarebbe dovuto \u00abusufruire di tutto il materiale, che sar\u00e0 donato od in qualsiasi forma offerto dai cittadini\u00bb. Solo in casi estremi era prevista la possibilit\u00e0 di procedere ad acquisti o noleggi.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019assistenza ospedaliera non era che una fra le numerose attivit\u00e0 svolte dalla Croce rossa in tempo di guerra, attivit\u00e0 che richiedevano un considerevole impiego di risorse, soprattutto economiche. Per questo, oltre ad agire con la massima oculatezza nelle spese, l\u2019associazione doveva necessariamente essere sostenuta dalla solidariet\u00e0 tangibile di chiunque volesse in qualche modo contribuire al suo impegno umanitario. Ecco quindi la propaganda e le campagne di raccolta di fondi: si organizzavano balli e spettacoli di beneficenza; si vendevano libri (3)<\/strong>; si pubblicava un periodico, \u00abIl Giornalino della Croce Rossa\u00bb, con edizioni curate dai diversi comitati locali (4)<\/strong>, che provvedevano poi ad inviarne copie in tutto il territorio nazionale. Nella terribile emergenza della guerra ogni contributo, anche minimo, era fondamentale e poteva fare la differenza.<\/p>\n\n\n\n

1. Cartolina a colori con crocerossina e soldato ferito, in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em>
2. Circolare recante \u00abNorme generali per l\u2019impianto ed il funzionamento di ospedali territoriali di riserva della Croce Rossa\u00bb, 15 novembre 1914, in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em>
3. Volantino pubblicitario con immagine in bianco e nero delle tende da campo della Croce rossa italiana per la monografia \u00abCroce Rossa illustrata\u00bb, in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em>
4. \u00abIl Giornalino della Croce Rossa\u00bb, edizione del Comitato di Napoli, 22 febbraio 1918, in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 12 | Il dramma dei prigionieri<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

Poche settimane dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, il Comitato internazionale della Croce rossa istitu\u00ec a Ginevra l\u2019Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra, con lo scopo primario di ristabilire i contatti tra le persone separate dal conflitto: cosa resa possibile da un accordo tra le nazioni belligeranti, che giorno per giorno facevano arrivare a Ginevra i nominativi dei soldati catturati e internati nei campi di prigionia. L\u2019Agenzia fu in breve letteralmente sommersa dalle richieste di informazioni, tanto che, alla fine del 1914, impiegava circa 1.200 persone, principalmente donne (1)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

In Italia, il suo corrispettivo fu la Commissione per i prigionieri di guerra italiani, istituita nel 1915, come emanazione della Croce rossa.<\/p>\n\n\n\n

Il lavoro svolto dall\u2019Agenzia internazionale e dalle commissioni nazionali consisteva principalmente nella compilazione di liste dei prigionieri, nelle ricerche dei dispersi, nelle informazioni sui decessi. Accanto alla Commissione per i prigionieri di guerra, agiva in Italia la Lega delle famiglie dei prigionieri di guerra, che si costitu\u00ec nel 1918 a Bologna e aveva sede a Palazzo Pepoli, in via Castiglione. L\u2019obiettivo dell\u2019Associazione era soccorrere i prigionieri di guerra e ricercare i dispersi: un\u2019esigenza particolarmente sentita, visto l\u2019atteggiamento ostile del governo italiano e del Comando supremo dell\u2019esercito nei confronti dei prigionieri, di cui si conoscevano le disperate condizioni, ma che erano ritenuti vili e inclini alla diserzione e perci\u00f2 indegni di qualunque forma di aiuto da parte dello Stato, al contrario di quanto avveniva in altri paesi in guerra. Quindi, nonostante le autorit\u00e0 politiche e militari mal tollerassero e talvolta frenassero l\u2019invio di aiuti, le famiglie cercavano in qualche modo di soccorrere i propri parenti internati, con l\u2019assistenza della Lega, essenziale in una tale situazione, sia per la spedizione dei pacchi contenenti beni di prima necessit\u00e0, come pane biscottato, maglie, coperte, sia per lo scambio della corrispondenza (2)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

Ma, se l\u2019invio dei pacchi era difficoltoso, il loro recapito era quanto mai incerto e continue le segnalazioni, accorate e indignate al tempo stesso, di abusi e negligenze: come quella di Nicola Pullano, che, esasperato e angustiato per la mancata consegna di ben dieci pacchi inviati al figlio Vincenzo, prigioniero in Austria, si rivolse al \u00absignor presidente della Croce rossa di Bologna […] nella speranza che vorr\u00e0 vedere chi si \u00e8 appropriato di quanto poteva attestare al povero prigioniero che l\u2019affetto dei genitori \u00e8 immutato\u00bb (3)<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n

1. Opuscolo informativo dell\u2019Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra di Ginevra, [gennaio 1919], in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em>
2. Statuto della Lega delle famiglie dei prigionieri di guerra, [maggio 1918], in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em>
3. Nicola Pullano al presidente della Croce rossa di Bologna, 7 maggio 1918, in ASBO, Croce rossa italiana, Carteggio<\/em><\/p>\n\n\n\n

Vetrina 13 | Prigionieri o disertori?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n

Secondo il Ministero per l\u2019assistenza militare e le pensioni di guerra erano almeno 520.000 i prigionieri italiani ancora vivi al termine del conflitto, oltre i circa 100.000 deceduti. Una volta catturati dal nemico, i soldati venivano internati in uno dei numerosi campi di prigionia austro-tedeschi, dove vivevano in condizioni estremamente dure, sottoposti a una disciplina severissima e fatta rigidamente rispettare, afflitti dalle privazioni, dallo scarsissimo cibo e dal freddo. Per sopravvivere erano essenziali gli invii di aiuti da parte dei parenti, i \u201cpacchi\u201d con vestiario e viveri, che troppo spesso per\u00f2 non giungevano a destinazione o arrivavano manomessi e depredati.<\/p>\n\n\n\n

Ai patimenti della prigionia le autorit\u00e0 politiche e militari italiane aggiungevano poi la scarsissima fiducia nelle truppe e l\u2019infamante sospetto della resa senza combattere allo stremo: l\u2019accusa di diserzione era frequentissima e veniva mossa con estrema facilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Alla scomparsa del soldato corrispondeva infatti di solito la denuncia per \u00abdiserzione con passaggio al nemico\u00bb: \u00e8 quanto accadde al bersagliere portaferiti Primo Bassoli, denunciato perch\u00e9 \u00ababbandonava arbitrariamente il proprio reparto, dislocato in prima linea\u00bb, sul Carso. In realt\u00e0, lo stesso Bassoli riferir\u00e0 di essere stato catturato da una pattuglia austriaca mentre, richiamato da urla e lamenti \u00abcome di persona ferita\u00bb, era uscito dalla trincea per portare soccorso. Dal campo di Mauthausen, tramite il servizio per la corrispondenza dei prigionieri di guerra della Croce rossa, scrive ai propri cari, rassicurandoli sulla sua salute, ma omettendo ogni dettaglio sulle misere condizioni di vita nel campo (1)<\/strong>, notizie queste ultime assolutamente vietate, pena la mancata spedizione della corrispondenza.<\/p>\n\n\n\n

Il fante Arturo Cannella fu invece dichiarato irreperibile, perch\u00e9 risultato assente all\u2019appello, e accusato di \u00ababbandono di posto di fronte al nemico\u00bb (2)<\/strong>, mentre in realt\u00e0, catturato dagli austriaci presso il Monte Pecinka, era stato internato nel campo di Sigmundsherberg, da dove dopo l\u2019armistizio torner\u00e0, a piedi, in Italia, ma solo per finire in un campo di detenzione per prigionieri a Mirandola, uno dei numerosi predisposti in varie regioni italiane per interrogare gli ex prigionieri, allo scopo di accertare le circostanze della cattura e sottoporli a eventuali inchieste penali.<\/p>\n\n\n\n

Cannella ottenne il congedo nel gennaio 1919, ma pendeva ancora su di lui l\u2019accusa di diserzione, che port\u00f2 poi al suo arresto e alla reclusione nel carcere militare di Bologna: solo un anno dopo, grazie alla testimonianza di un commilitone, vedr\u00e0 finalmente riconosciuta la sua innocenza.<\/p>\n\n\n\n

1. Processo contro Primo Bassoli, in ASBO, Tribunale militare di guerra di Venezia, Processi<\/em>
2. Processo contro Arturo Cannella, in ASBO, Tribunale militare di guerra di Venezia, Processi<\/em><\/p>\n","protected":false},"featured_media":1432,"parent":1309,"menu_order":2,"template":"","target":[14],"class_list":["post-1373","attivita","type-attivita","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","cosa-facciamo-mostre"],"acf":[],"yoast_head":"\nSezione 2 | uomini in conflitto - Archivio di Stato di Bologna<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"noindex, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"en_US\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Sezione 2 | uomini in conflitto - Archivio di Stato di Bologna\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Vetrina 7 | Disertori o disperati? 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